"IL NUOVO CANTO DEGLI DEI"


Il sistema divino
Intuizioni di cultura e sintesi formale nella scultura di Gilbert Krufi


"Molte sono le forme delle divine potenze,
e molte cose compiono gli dèi inaspettatamente"
Euripides, Alkestis, 1159–1160


Le questioni di forma, come si sa, sono essenzialmente questioni di contenuto ideologico, sono scelte di metodo che indicano il pensiero profondo, sintetizzano un sistema estetico, e una visione del mondo. Le forme della scultura di Kruft hanno una tradizione personale consolidata e convinta, e ormai ben nota a critica e pubblico: sfuggendo ai limiti di una definizione di scuola o corrente, questo artista ha come PRINCIPIO DI BASE  la ricerca della perfezione obbligata nei dettagli e della massima libertà interpretativa nel concetto, è un processo di lavoro, non un affidamento alle regole di una corrente.

La scelta non è tra figurativo, non figurativo, surrealismo, iperrealismo, simbolismo, arte astratta, arte concettuale, arte primitiva: la scelta è tra competenza anatomica e incompetenza, sapienza di disegno proporzionato e insipienza, consapevolezza culturale di una tradizione mai interrotta nei secoli e inconsapevole mescolanza di soluzioni facili, tecniche improvvisate e sperimentalismi non motivati.
Per saper fare, a parte ogni ovvia considerazione sui doni naturali che è necessario possedere occorre prima "saper vedere" e, soprattutto, "saper capire" o, meglio, "voler capire".


Posto di fronte agli Déi, Kruft ha reagito, come sempre, con questa profonda intenzione di comprensione, la stessa che animava gli straordinari scultori-artigiani dell'antichità.

Abituato da tempo a esplorare in anatomia le linee dinamiche, i movimenti reali, che costituiscono in ultima sintesi l'uomo nella sua apparizione spaziale, e a ridurle agli estremi, necessari volumi, oltre i quali c'è il barocco e la retorica, e sotto i quali c'è l'aridità schematica di chi giudica le forme, anziché interpretarle, Kruft ha cercato di intuire, e di rappresentare, le linee di potenza delle apparizioni divine.

Ha fatto dunque scultura non solo per sottrazione di materiale, come liberando il prigioniero dal marmo, secondo la volontà di Michelangelo, né solo per accumulo di materiale sullo scheletro, secondo il processo creativo della grande ceramica, ma anche per individuazione di forze interiori al concetto di divinità in generale, e a quella forma di divinità in particolare, in modo da produrre dei simboli necessari, e conseguenza del racconto antichissimo, dell'intreccio mitologico, che ogni dio greco presuppone.

Le braccia possenti di Zeus o di Poseidone che sono anche (non diventano) fulmine o tridente, mentre risolvono un problema di statica o dinamica della scultura, alludono all’enigma della divinità, che è ma non diviene; l'arco di Apollo che è contemporaneamente l’apparizione della curva solare, il fulcro generativo della virilità luminosa, la tensione di sforzo di un'arma perfetta, e lo spazio dove si riproducono le note musicali, sono un complesso sintetico di motivi simbolici dalla cui unità deriva la comprensione del polimorfismo divino: "Molte sono le forme delle divine potenze, e molte cose compiono gli dei inaspettatamente”, come dice Euripide, insegnandoci che è impossibile definire tutti i lati e gli aspetti della presenza divina. La stessa funzione hanno tutti gli altri addobbi simbolici in questo ciclo di sculture: non arredano semplicemente la forma, ma interpretano profondamente la sostanza divina.

Così, e per questi motivi, vengono simbolicamente (e, quindi, sinteticamente) raccontati eventi e fenomeni difficili da spiegare con le parole: la doppia natura di Dioniso, dio della sofferenza che insegna a vivere e della gioia che insegna a morire, il cerchio annuale della vegetazione di Demetra, e la sparizione supplichevole della primavera, la ferocia ma anche intensa corrispondenza psichica tra preda e cacciatore in Artemide, e la potenza del ciclo lunare a cui la femminilità si appoggia; l'enigma della nascita della conoscenza dalla testa sofferente dell'umanità in Atena, la dolcezza del corpo giovinetto di Afrodite, che è senza volto, perché il centro prezioso della sua forma, la conchiglia segreta, deve risaltare senza distrazioni. Ha quell'intenzione interpretativa il flusso delle linee rotanti e nello stesso tempo spezzate in Ermes, che porta il messaggio, la salute, il seme, il denaro, senza mai potersi fermare, il volto consapevole e tormentato di Efesto che si appoggia sul fuoco strumentale mentre lo domina, e dà esistenza al lavoro pur provenendo dal vuoto, dallo spazio circostante, come allo stesso modo, provenendo dallo stesso spazio e dallo stesso vuoto, la presenza assassina di Ares, che pur si serve di attrezzi creati dal lavoro di Efesto, indica la ineluttabilità destino: non possiamo sfuggire al nostro desiderio di creare, né al nostro impulso di distruggere. Misteriosa infine, ma comprensibile nel profondo, la solenne e silenziosa presenza di Era sta unendo, con la forza, o sta separando, sempre con la forza? Benedice o condanna? Ha scelto delle vittime o sta proteggendo, nel nodo matrimoniale che forma il suo stesso corpo, lo yung e lo yang dell'essere umano, le polarità inseparabili senza le quali non può esistere né il maschio nè la femmina?

Come si vede, queste sculture devono essere osservate tutte insieme, senza separarle l’una dall’altra sono un ciclo integro, una totalità divisa in dodici aspetti, come il giro del ciclo zodiacale a cui si riferiscono da tempo immemorabile: chi segue un solo dio rischia di non comprendere gli altri; la forzatura di un solo aspetto del divino non produce apparizioni celesti ma sussulti demoniaci.

E’ l’insieme complessivo che dà significato a questo lavoro: non sono dodici singole sculture, ma una sola e grande scultura d'ambiente, componibile con dodici forme; i dodici astri dello zodiaco interferiscono in ogni destino, tutti insieme, e variano il loro influsso a seconda delle loro reciproche posizioni, in relazione dialettica anche con le predisposizioni e interazioni di chi contempla la loro presenza.

Si scopre così un piccolo segreto filosofico, in questa operazione estetica di Kruft: siamo in presenza di un'operazione alchemica, non solo per il dominio del fuoco e dei metalli, e per la ricerca dei simbolismi nascosti nelle forme plasmate e delle loro corrispondenze con le potenze dell’animo umano, come un mago rinascimentale, lo scultore ha creato i pezzi del Grande Gioco, ha evocato le Potenze Dimenticate.

Qualcosa accadrà, qualche effetto forse sorprendente, o forse atteso anche troppo a lungo nella sala in cui i dodici dèi saranno esposti, qualche misterioso campo di forza si instaurerà: ricostruito il cerchio olimpico, e infisse nel bronzo le linee simboliche per le quali si possono riconoscere gli dèi, può accadere che un discorso antichissimo e sempre presente si annunci in fine muove, emettendo profezie o svelando misteri, o preavvertendo pericoli, o donando anche senza merito, premi inconsueti al visitatore attento, al cercatore discreto e cortese.

"Molte cose compiono gli dèi inaspettatamente..."

 dott.Prof. FRANCESCO PIERO FRANCHI
docente di Lettere Classiche
Bologna, dicembre 1998

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